Non è che io ascolto solo i mostri sacri del rock, eh? Ascolto anche la musica italiana. E ho le mie opinioni, più o meno condivisibili. Anzi mi sa che stavolta ci vado giù pesante. Tanto che mi frega, il blog è mio!
Innanzitutto, rimpiango i tempi in cui la musica italiana andava di pari passo con quella internazionale. Ci facevamo le cover delle canzoni americane, e le facevamo nostre: tipo che "Hurt" di Tim Yuro diventava "A chi", la cantava Fausto Leali e diventava un mito. Tipo che veniva giù Louis Armstrong e non si schifava di cantare in italiano, perché musicalmente parlavamo la stessa lingua. Veniva Dionne Warwick, la più grande cantante del mondo, e cantava a Sanremo "Silent voices" tradotta in italiano. La gente ascoltava i Beatles, e non era roba da intenditori: era roba nor-ma-le.
Poi sono finiti gli anni '60, ed è iniziata la decadenza. Non che non abbiamo più fatto buona musica, è che non c'è più interessata la musica, ci sono interessati solo i testi. Sono arrivati i cantautori, con la loro grande valenza socioculturale, i loro pensieroni, e ci hanno distolti dall'arte del cantare e del suonare. E, triste dirlo, non ci siamo mai più ripresi. Abbiamo perso la cultura musicale popolare.
Tant'è vero che noi ascoltiamo Battisti e ci concentriamo sui testi di Mogol. Ora, senza nulla togliere a Mogol, che è un poeta, forse ci sfugge che grande musicista, e di quale respiro, fosse Battisti. Ha interpretato "La compagnia" (Felicità - t'ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già) di Marisa Sannia e l'ha trasformata in un blues coi controcoglioni. Tant'è vero che uno come Morandi (che non so se vi rendete conto che voce ha Morandi e come canta) negli anni '60 era un mito e 10 anni dopo non se lo filava più nessuno.
Non che io non ami i cantautori, eh? Certo che li amo. Tutti. Quasi tutti. Il primo album che ho comprato (la cassetta, in realtà) avevo 11 anni, è stato quel capolavoro che è "La voce del padrone", di Battiato. Poi vedete se non amo i cantautori. Alcuni andrebbero studiati a scuola, come i poeti: Pascoli, Leopardi, Ungaretti, Montale, De André, Gaber. I miei preferiti sono Fossati e Dalla. Loro, come tanti altri, hanno sempre fatto musica di altissima qualità. Ma sembra che passino solo i testi. Io, nel mio piccolo, continuo a pensare che la musica, a mischiarla con la politica, ci perda e basta. Magari mi sbaglio.
Comunque, negli anni '70 erano tutti bravi. Scrivevano tutti delle belle cose, piene di concetti profondissimi e altamente poetici. Anche gente che dopo s'è persa, che non sa più chi è, dove e perché. Penso a Venditti, che ha scritto dei capolavori e che poi boh. E lo dico a malincuore perché io, di Antonello, ero una fan sfegatata. Qualcuno può dirglielo per favore che so' 30 anni che sta cantando la stessa canzone? Cioè, voglio dire, tesoro: hai scritto "Ci vorrebbe un amico". Stupenda. Hai spiegato il concetto, e l'hai spiegato bene. C'è lei, bella e stronza che t'ha lasciato. E ci sei tu che patisci. Ora mi spieghi che senso ha scrivere altre 15 canzoni tutte uguali? Antonello? Hai scritto "Roma capoccia"! Hai scritto "Sotto il segno dei pesci", hai scritto "Sotto la pioggia"! Hai scritto "Peppino"! Antonello??? Se hai finito le idee non so, apri un ristorante, una gelateria, qualcosa! Ma non ci cantare "Alta marea", che poi è una cover, non ci cantare "Che tesoro che sei" che ogni volta è un dolore.
Fine, stop. Ma non è successo solo a lui, eh? Perché la vena artistica non sempre è eterna, si può esaurire. Penso a Bennato, che io adoro e che ha scritto delle robe impressionanti per qualche anno, e poi più niente. "Viva la mamma" che poi non è neanche male, è stato l'ultimo sussulto. Ma un sussulto decadente, in confronto a quel che aveva scritto prima. E vogliamo parlare di Pino Daniele? Che è passato da "Napule è" al "sorriso di plastica mentre fai la ginnastica"? Ma non ne parliamo, che forse è meglio.
Per onestà bisogna dire che questo non succede solo in Italia. Se confrontiamo il repertorio degli U2 degli anni '80 con quello degli anni '90, per esempio, ne abbiamo un'idea.
Ma quello è rock.
(continua)

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