venerdì 19 settembre 2014

Donna al volante...

Che lavoro fai? Guido. Eh già, quello che faccio quando arrivo a lavoro non importa, l'importante è che il mio lavoro sia lontano da casa. Quest'anno il record, oltre 70 km. E, ovviamente, io, a lavoro, ci vado in macchina. Non a tutte le donne piace guidare: ne conosco alcune che col lavoro a 10 km chiedono l'avvicinamento. E strabuzzano gli occhi mentre io, sorridendo, dico loro che, sì, mi faccio 50 minuti di macchina ogni giorno. E me li faccio volentieri. A me guidare piace, mi fa sentire libera. Ne ho presi una vita, di autobus e treni: poi basta. Vuoi mettere la noia del mezzo pubblico con l'ebbrezza di essere padrona dei tuoi orari? Ma non c'è neanche confronto. Certo, non vivo in città, questo significa tanto. Guidare nel traffico è snervante. Ma sempre meno snervante che stare in piedi su un autobus strapieno, nel traffico. Questa, almeno, è la mia opinione.
Ho già spiegato che se fossi nata uomo sarei stata un pilota, e aggiungo che da qualche parte in me alberga un camionista che ogni volta che vede una donna imbranata al volante scuote la testa sardonico mormorando: "Figurati, è una donna!"
Ma il mio DNA femminile fa la sua parte: ad esempio mi impedisce di fare manovre, o parcheggiare in maniera decente, specie se nei paraggi c'è un uomo che, appena vede una bionda che vuol parcheggiare in linea, si mette a fissare, aspettando il tonfo. E mi impedisce, ovviamente, di fare il mio parcheggio perfetto, che consiste appunto in un colpetto alla macchina dietro e uno a quella davanti. Sperimentato e garantito al 100%.
Essendo donna, inoltre, vivo la mia auto con allegria, senza le tipiche ansie maschili. Canto a squarciagola, faccio le smorfie all'autovelox. Ma soprattutto: mi capita di appoggiare lo sportello su un muro, aprendolo, senza per questo portare il lutto per settimane. Ci mangio, in auto, e sbriciolo alla grande, ho uno splendido sacchetto dell'immondizia che non sempre centro quando lancio via la carta dello snack o il cartone del succo di frutta. Preferisco pagare di più il carburante piuttosto che fare il pieno al self service, queste cose qua. Ma amo la mia auto. Io non ho una casa, ho una macchina. La mia macchina è il mio regno. Quando chiudo lo sportello e parto, con la mia musica a tutto volume, sono la regina della savana. Spostatevi.
Sì, è una parola. Vedete, io ho la presunzione di saper guidare. Ho alcune peculiarità tipiche dell'automobilista, a cominciare dall'idiosincrasia per tutto ciò che si muove su due ruote, e che se potessi disintegrerei coi missili terra-aria. Ma sono prudente, sostanzialmente rispetto i limiti, e le multe che ho preso in vita mia le ho prese tutte per divieto di sosta. Ho la consapevolezza che quando sei alla guida, è come se avessi un'arma in mano, un'arma pericolosa che devi saper usare. Ecco, questa consapevolezza qua, secondo me, non tutti ce l'hanno. Alcuni stanno al volante come se fossero in poltrona a guardare la tv. Alcuni si gasano, alcuni si fanno proprio i cazzi loro, alcuni, letteralmente, dormono. E non è che chi va piano sia meno pericoloso di chi corre.
Nel corso della mia lunga carriera al volante ho imparato una cosa fondamentale: la capacità di una persona alla guida si può calcolare con una semplice proporzione matematica: è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'oggetto appeso allo specchietto retrovisore. L'oggetto in questione può andare da assolutamente nulla fino al Muppet Elmo a dimensioni naturali, passando per Pinocchio, il prione dell'AIDS, la surreale accoppiata rosario-corno o l'Arbre Magique. Ovviamente, una persona che riesce a sopportare un oggetto di più di 5 cm che penzola dallo specchietto retrovisore non può, non può assolutamente saper guidare. E' matematico.
Ora, all'interno del concetto di "non saper guidare" c'è tutto un universo da scoprire. E che di solito scopri quando dici: "Faccio in tempo a farci un salto, ci metto 5 minuti." Ecco. Per strada trovi di tutto. Da quello che telefona, a lei che per un giorno ha preso il macchinone di lui e ha il terrore di mettere la seconda, al nonno di Tutankamon con cappellino e marmitta che gocciola, che se hai la fortuna di riuscire a sorpassarlo te lo vedi bellino con la bocca socchiusa e lo sguardo perso nel vuoto, crionizzato al volante dal 1926.
Ma non è solo questione di andare piano: il "non saper guidare" è un modus vivendi vastissimo, dove, non a caso, uomini e donne differiscono molto.
L'uomo non ti dà la precedenza, ad esempio. Ti si appiccica dietro in superstrada lampando come un invasato. La donna fa altro: mette la freccia dopo aver già svoltato, per dirne una. Quando incroci un'auto con gli abbaglianti accesi in pieno giorno, o in una bella mattina di sole l'auto che ti precede ti piazza l'antinebbia posteriore negli occhi, non pensare che dentro ci sia necessariamente un cretino. Magari c'è semplicemente una donna che ha premuto un pulsante per errore. Un pulsante di cui ignora completamente sia l'esistenza che l'uso. Vogliamo parlare degli specchietti retrovisori? Lo dico per esperienza personale, occorrono anni di guida ad una donna per capire perché sono così tanti, e che ognuno ha motivo ben preciso di esistere. Con quello centrale puoi controllare il trucco. Col sinistro dai uno sguardo generale, e specie a finestrino abbassato, può farti sentire molto figa. Ma il destro cosa l'avranno messo a fare? In genere questo resta un mistero per molto tempo. Poi, dopo aver buttato giù l'intonaco di qualche muro per far manovra, alla fine lo capisci. E puoi andarne fiera, come lo sono io quando, al mio paese, vedo quel muro il cui angolo una ventina d'anni fa decisi di stondare, e che ne porta ancora i segni. Sono soddisfazioni.
Anche se la soddisfazione più grande, senza dubbio, è tua figlia che dice: "La mamma guida bene e non va "quasi mai" a sbattere".


 
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