lunedì 15 dicembre 2014

Il mio "Spirit of Christmas"

Eccoci qua. Manca una manciata di giorni a Natale e un "postino" sul tema ci sta proprio. Dell'atteggiamento giusto nei confronti del Natale, appunto, vorrei parlarvi. Qual è l'atteggiamento giusto da tenere di fronte a questa festa? Boh. Io non lo so. Perché io stessa oscillo tra due tendenze opposte, come spesso mi capita a dire il vero. Ho già scritto un post su come l'ingenua Sally Brown e la cinica Lucy van Pelt convivano in me, quindi non mi ripeterò. Ma a Natale questa tendenza, inevitabilmente, si estremizza. Perché io sono quella che un mese prima comincia a metter su le canzoni di Natale, a pensare ai regalini, ai pensierini, ai pacchettini, che sprizza cuoricini, che si commuove quando fa gli auguri a tutti, e che lo fa con sincerità. Quella che ogni anno si riguarda "Canto di Natale" dei Muppets e che esclama col piccolo Timmy: "Dio ci benedica tutti", versando pure una lacrimuccia. Io sono quella che si immedesima nel fantasma del Natale presente del film "Scrooged" (in Italia "S.O.S. fantasmi" - vecchio film che consiglio caldamente, fosse anche solo per la performance di quel geniaccio di Bill Murray) vestita da angioletto e con un tostapane in mano, pronta a sbatterlo sui denti al protagonista cattivone. Sì, questa sono io.
Ma io sono anche quella che a 3 anni, di fronte al vicino di casa vestito da Babbo Natale e alla moglie che si fingeva spaventata, pensava "Ma chissà come mai questa avrà così paura di suo marito?" Certi meccanismi matrimoniali mi erano ancora sconosciuti, certo. Ma io in effetti non ho memoria di aver mai creduto a Babbo Natale. Ero perspicace, già da piccola, forse. Però anche i miei genitori non è che si impegnavano. Lasciavano pure sui regali il prezzo con il nome del negozio dove eravamo stati due giorni prima. Ma insomma, questa cosa di non aver mai creduto a Babbo Natale un po' mi ha segnata. Ed ecco che emerge la mia parte cinica e disillusa. Quella che pensa: "Siete falsi, falsi, falsi nel midollo." Che non è vero che a Natale siamo tutti più buoni: siamo tutti più stressati, invece, e quindi più stronzi. Che non c'è un cazzo da sorridere, e da scambiarsi bacetti e pigiami di flanella. Regalini assurdi che abbiamo comprato di corsa la sera della vigilia fingendo che ce ne fregasse qualcosa, giusto per non presentarsi a mani vuote. Che saremo costretti a vedere un sacco di gente che ci sta sui coglioni, e che, essendo costretti a vederla, dopo ci starà ancor più sui coglioni. E invece dovremmo fingere di essere contenti. Fingere, sì. Perché a Natale non è che si deve essere felici per forza, si può essere pure un po' incazzati. Si può essere tristi, o disperati, quando la vita non è come vorresti. Perché se sei solo, a Natale lo senti di più. Perché chi ti manca, a Natale ti manca di più. Perché è tempo di bilanci, e pensi: ecco qua, un altro Natale del cazzo.
Io poi la sindrome da incazzatura pre-natalizia ce l'ho quasi sempre. Odio questo periodo dell'anno senza sole, e adoro quando, passato il solstizio d'inverno, le giornate riprendono ad allungare. Lo vedi subito: cambia la luce, cambia l'aria, riprendi a respirare.
Alla fine, credo che sia questo il Natale. Non quel che succede prima, ma quel che succede dopo. Non voglio scadere nell'ovvio, non voglio entrare nel merito di significati trascendentali. Il significato di questa festa è così ampio e profondo che ognuno se lo interpreta come vuole, e ogni interpretazione, laica, pagana o religiosa che sia, è valida. Io adesso il Natale lo vedo negli occhi delle mie figlie. Loro, i bambini, ne hanno chiaro il senso adesso, fin quando non se lo scorderanno. Fin quando saremo noi adulti a convincerli che è solo un enorme stress, che è la fiera delle falsità. Eppure...
Eppure c'è un momento, la sera della vigilia, in cui pensi che è bello anche solo fingere di stare in pace col mondo. Che magari è vero che siamo tutti più buoni. Che lo "Spirit of Christmas" lo puoi percepire.
Dura all'incirca una decina di minuti, ma forse è il caso che ce lo facciamo bastare.
BUON NATALE!

lunedì 8 dicembre 2014

Queen forever (?)

Passato da poco il 23° anniversario della scomparsa di Freddie Mercury, e magari di fronte al quesito che molti fans dei Queen si porranno, se sia il caso di regalarci questo Natale l'ultimo album "Queen Forever", ecco qui una convincente risposta, scritta non da me ma da un amico che ho il piacere di ospitare nel mio blog (e che ringrazio) il quale ha spiegato la questione con assoluta competenza, e certamente molto meglio di come avrei saputo fare io. Buona lettura!
*** A proposito di "Queen Forever", pubblicato oggi, se vi bastano cinque parole, le scrivo qua: COMPILATION TERRIFICANTE NELLA SUA INUTILITÀ.
Se invece vi interessa perché dico così, leggete di seguito, anche se il post è piuttosto prolisso...
Immaginate bene lo scenario: il cofondatore del vostro gruppo preferito rilascia nel corso dei mesi svariate dichiarazioni alle testate giornalistiche più importanti affermando come negli archivi siano state trovate svariate registrazioni risalenti agli anni '80 dove il gruppo suona al gran completo e che verranno "restaurate e rese fruibili al pubblico" grazie alle moderne tecnologie come Pro Tools.
A distanza di sei mesi circa, viene sciolto il riserbo sulla playlist ed APRITI CIELO: solo una traccia nuova, due riarrangiamenti ed altre 33 canzoni che i fans conoscono ormai a menadito.
Cominciamo con le novità. "Let Me in Your Heart Again" era stata registrata (ed abbandonata) durante le sessions per "The Works" ai Record Plant Studios di Los Angeles. Cinque anni dopo venne inclusa nell'album "Talking of Love" di Anita Dobson che vede Brian May, il quale sposerà l'attrice svariati anni dopo, in veste di produttore e coautore di gran parte dei brani. Ho sempre reputato la versione cantata di Dobson a dir poco agghiacciante e Freddie Mercury con la sua interpretazione invece la rende una canzone semplicemente memorabile.
"Love Kills" è in una melensa versione ballad, lo stesso riarrangiamento che viene riproposto dai Queen + Adam LAMMERD, ops, Lambert. Stendiamo un velo pietoso. Come dicevo giorni fa, secondo una recente dichiarazione di May, i Queen comparivano in incognito nella versione originale del brano; tuttavia mi chiedo perché rivelare una cosa del genere dopo 30 anni ed in occasione dell'uscita della compilation. Questa casuale casualità potrebbe far insospettire anche le persone meno maliziose.
Una traccia che era attesa con molto interesse sia dai fans dei Queen che da quelli di Michael Jackson era il duetto "There Must Be More to Life than This". Il mix ad opera di William Orbit ha destato molte polemiche, anche per delle (presunte) interferenze degli eredi di Jackson, i quali avrebbero preteso un maggiore equilibrio fra la voci di Michael e di Freddie (si può dire che vocalmente Freddie si fumava letteralmente Jacko, o no?). Non è mio dovere difendere Orbit (che non è il primo stronzo che passa per strada, visto che ha remixato nomi importanti nel mondo della musica ed i suoi lavori hanno venduto decine di milioni di copie), ma sfido chiunque a trovarsi in una posizione così delicata. Non credo che il problema sia il (re)mixing in sé, è piuttosto la produzione che mi lascia interdetto, e la produzione è a firma di May e Taylor.
Adesso passiamo al resto della compilation. Qualcuno dovrebbe spiegare a May e Taylor che siamo alla fine del 2014 ed il concetto di compilation è ormai tramontato, in un'epoca dove possiamo farci le playlist tramite iTunes e Spotify. Sì, ok, le due eminenze grigie hanno scelto per noi le ballate che loro aggradano nel repertorio dei Queen, ma poi? Considerando le dichiarazioni arrembanti dei mesi successive, mi sembrano piuttosto 33 canzoni che servono a giustificare 75 minuti di musica (che diventano 135 nella versione deluxe a 2 CD). Per di più, queste canzoni in alcuni casi hanno subito un brutale editing, che accetto malvolentieri nel caso di "Lily of the Valley" (pezzo da "Sheer Heart Attack" che dimostra un Mercury a proprio agio nel tratteggiare delicatamente delle atmosfere fantasy, come aveva fatto in "My Fairy King"), visto che avendo a disposizione il multitraccia si poteva remixare agevolmente un pezzo invece di tagliare delle battute; in altri casi proprio non ci sto, cosa mi rappresenta il taglio del synth iniziale di "Play the Game" o la dissolvenza finale in "Somebody to Love"? Magari sono stupidaggini, ma continuo a non trovare una spiegazione logica sottostante queste decisioni.
I Queen sono il mio gruppo preferito, non mi sarei mai sognato di criticare aspramente, per l'ennesima volta dopo la scelerata decisione di effettuare un tour con Adam Lambert, l'operato di Brian May e Roger Taylor, due musicisti che ho sempre ammirato, anzi, ADORATO. Questa compilation è una bieca operazione commerciale, la considero un disgustoso mercimonio e come tale non la comprerò mai, nemmeno per collezione (così come non avevo comprato "Absolute Greatest", che fu pubblicata dalla EMI per spremere la mucca prima del cambio di etichetta). Lascio una riflessione a chi si considera fan dei Queen: invece di comprare ogni cagata che i nostri beniamini buttano, lanciamo un chiaro segnale di ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

P.S.: tra l'altro, sull'iTunes Music Store il duetto fra Freddie e Jacko non è acquistabile singolarmente, e su Spotify nemmeno si può ascoltare in streaming. Paraculata commericale o disonestà intellettuale? Lascio a voi il dubbio.

Luca (@Stone_ColdCrazy)

domenica 16 novembre 2014

Stavolta ho esagerato

Vi stupirò, o forse vi deluderò, o nessuna delle due. Ma non mi importa. Ho voglia di parlare di una parte importante di me, e molto intima. Lo spirituale. Lo spirituale è il vero tabù dei nostri tempi, così come la malattia e la morte. Non se ne parla. Perché non si sa cosa dire, perché ci mette in crisi. E' qualcosa che ognuno si tiene per sé. Beh io ho voglia di parlarne. Innanzitutto, la fede. Io non mi azzardo a dire "ho fede", perché la fede è fiducia, e la capacità di aver fiducia è un merito. Ci nascondiamo dietro il fatto che la fede è un dono, come se non dipendesse da noi. E' un dono come lo è la vita, come lo è tutto. L'abbiamo fatta diventare un alibi. Quindi non mi piace dire che ho fede. Ho delle convinzioni, ecco.
Innanzitutto, il fatto che nulla sia casuale. Se c'è una cosa di cui sono assolutamente convinta è che il caso non esista, ma che ogni cosa abbia un senso, a partire dal mondo come è fatto. Io non sono nessuno, ma pensare che la perfezione della natura abbia un'origine casuale mi sembra semplicemente assurdo. Tutto ha un senso, quindi ogni cosa che accade, ogni persona che incontriamo, tutto. Il fatto che noi questo senso non riusciamo a capirlo non significa nulla.
Poi, il fatto che la vita non si esaurisca qui mi pare la cosa più logica, dato che noi siamo energia e l'energia non finisce ma si trasforma sempre in qualcos'altro. Pensare il contrario l'ho sempre creduta una debolezza.
Inoltre, ho la convinzione che alla fine tutto andrà a finire bene. Cioè che siamo orientati verso qualcosa di positivo, e che questo tanto atteso lieto fine, alla fine ci sarà. Chiamatemi ingenua, chiamatemi come volete, io ne sono convinta.
Ho anche elaborato una teoria, quella della catarsi spontanea, cioè un processo automatico di miglioramento fornito di serie dalla vita. E' un processo che consiste in una serie di ceffoni e calci in culo che la vita ci dà per renderci persone migliori. Il nostro miglioramento dipende dalla capacità di trarre insegnamento da queste esperienze. Se non ne traiamo insegnamento da un'esperienza, siamo destinati a ripeterla. Se invece siamo talmente bravi da riuscire a trarre un insegnamento anche da un'esperienza che capita a qualcun altro, quella pedata ce la evitiamo. Se passiamo l'esame raccogliamo punti, che poi ci danno un premio, di qualunque genere. E son così, paranoie mie, che ci volete fare.
Quando ero giovane pensavo spesso alla questione del libero arbitrio. (Ero veramente antisesso!) Il fatto che non fossimo liberi di decidere e che stessimo per così dire recitando un copione già scritto mi toglieva il fiato. Col tempo ho capito che sì, il libero arbitrio esiste, ma non è la capacità di scegliere tra due opportunità. E' la capacità di scegliere il bene o il male (cosa che gli animali non hanno). Sulla libertà di scelta in sé conservo invece molti dubbi. Credo che siamo talmente influenzati dal nostro carattere (che è il nostro modo di reagire agli eventi) e da tutto ciò che ci circonda, che alla fine le nostre scelte siano già decise almeno al 90%. Compiere una scelta libera comporta una fatica che spesso non abbiamo neanche voglia di fare, per questo preferiamo spesso lasciarci trascinare dagli eventi.
L'argomento religione mi ha sempre affascinata, tanto è vero che me le sono studiate tutte anche a fondo. Da giovane il buddismo mi affascinava molto, come a tanti. Faceva anche molto figo all'epoca leggere "Siddharta" di Hermann Hesse (che non era il Buddha, era un altro, ma il libro era comunque una tappa importante dell'imbuddimento generale). Mi è piaciuto, ma non mi ha esaltata. Ho sempre preferito "Narciso e Boccadoro". Il buddismo mi piaceva, c'erano 'sti quattro pilastri della saggezza che erano fortissimi. "La vita è sofferenza". Stupendo. 'Sto concetto che "ciò che inseguiamo ci sfugge e ciò che sfuggiamo ci insegue" faceva tanto "legge di Murphy", e io mi ci rivedevo un casino. Pare che il segreto per sfuggire a questa catena infinita fosse imparare a desiderare nel modo giusto. Una volta un mio amico buddista mi disse infatti una cosa molto bella: "quando il tuo cuore desidera veramente qualcosa, la vita ti ci porta". Io non saprei, ma mi pare di aver sperimentato a volte che questo è vero.
Però c'era una cosa del buddismo che non mi ha mai convinta. Il rifiuto della materia. Perché lo spirito è importante, ma pure la materia, cavolo. La massima aspirazione del buddismo è raggiungere il Nirvana, cioè il distacco da qualunque sensazione, positiva o negativa. Io ve lo dico sinceramente: a me 'sta cosa non mi garba. Il paradiso dei cristiani a occhio sembrerebbe più godurioso. Perché il cristianesimo come religione è molto materiale, eh? Dà un'importanza incredibile alla carne, al sangue, alla passione, a tutte le belle cose "viventi". Ora non entro nel dettaglio perché l'argomento è parecchio ma parecchio delicato. Del buddismo ne puoi parlare che nessuno se la prende. I cristiani sono un po' più permalosi. Pure gli atei, gli anticlericali, poi si incavolano, lasciamo sta'. I musulmani ancora di più infatti non dico niente perché non mi voglio becca' una fatwa. Dico solo che avevo un'amica algerina che quando parlava di religione concludeva ogni frase con "e questa è verità". E che ne so, c'avrà avuto ragione lei.
Dico solo una cosa: il cristianesimo, a conoscerlo bene, è una religione bellissima. La religione che celebra l'amore e la vita. Il problema è che noi non c'abbiamo capito niente. Non ci possiamo capire niente per questioni culturali: noi razionalmente siamo figli dei filosofi greci e questa è tutta un'altra zuppa, in cui non mi addentro perché non voglio fa' tanto la capisciona. Dico solo che gli africani e i sudamericani per esempio lo capiscono tanto meglio e chi lo sa perché. Comunque: io gli ambienti cattolici li ho frequentati per tanto, tanto tempo e li conosco bene. La tentazione è sempre quella: pensare che quando sei dentro sei meglio di quelli che stanno fuori. Io ci sono passata. Ma non è un problema del cristianesimo: è un problema dell'essere umano, che vuole sempre avere ragione; che a un certo punto pensa di aver capito tutto e si adagia. A noi quel "non giudicare" per esempio proprio non ci va giù. Che non è "esprimere un parere", eh? Quello dovremmo poterlo fare tutti. E' che la differenza è sottile e non sempre siamo in grado di coglierla. Anzi quasi mai.
Peace & Love.

mercoledì 15 ottobre 2014

Musica italiana - 2° parte

Ma veniamo al panorama odierno. Troppe cose ci sarebbero da dire: butterò giù qualche pensiero in libertà, in modo caotico, scordandomi qualcuno, e vi dirò semplicemente ciò che penso.
Dunque, solo a pensare al concetto di "musica italiana di oggi", mi sento un po' male. Ma non perché manca la qualità, secondo me. Manca il gusto e la cultura. Perché ci fanno passare per musica roba che è spazzatura.
Chi c'abbiamo? Appunto. Quelli usciti dai talent? Quelli che vincono Sanremo col televoto? Che dire? Io mi sono vista un concerto che alternava artisti come Paolo Belli e Ruggeri a gente come Moreno e Marco Carta, e per  questo mi scaleranno minimo vent'anni di purgatorio. Stavo anche per colpire con una gomitata una vecchia che sbuffava mentre sul palco c'era uno che faceva le cover della PFM e Vasco. Vabbè. Fortuna che questi qua passano presto. Tempo due o tre anni, non se li ricorda più nessuno, perché arrivano quelli nuovi. Ora ci sono i Dear Jack, hai capito? Roba che i RHCP quando l'hanno saputo si volevano sciogliere. Due anni fa Pierdavide Carone sembrava il nuovo De Gregori, oggi canta le sigle dei cartoni animati. Dio esiste. E' vero, ci aveva provato anche Lucio Dalla, a sponsorizzarlo, ma all'eccelso, che ha risorto Morandi e ha scoperto Bersani, è un peccatuccio che possiamo concedere, pace all'anima sua. Perché Lucio era uno dei pochi che ci provava davvero, a coltivare talenti. 
Prendi Mengoni, per dire: la cosa migliore che i talent abbiano prodotto. Ha una voce e una capacità interpretativa straordinarie. Rifà Tenco e lo fa bene, benissimo. Ma che ancora non gli sia stata scritta una canzone decente, è un dato di fatto.
Perché la voce, non lo so, anche quella è sottovalutata. Renga, se gli togli il manzo, che è tanto, rimane uno che quando canta sembra al citofono e le canta tutte assolutamente uguali (anche se apprezzo la sua scelta vintage). Tiziano Ferro ha voluto fare il cantautore. Secondo me, se faceva l'interprete, ci guadagnava la musica. Ma è una mia opinione. La più grande voce italiana maschile degli ultimi vent'anni, che era Alex Baroni, purtroppo l'abbiamo persa. Un dramma musicale, oltre che umano. 
Poi io ne ascolto tanta, di musica italiana. E non sono snob, musicalmente eh? Io sono sempre stata molto pop. E apprezzo gente che non pensereste, e che invece, quelli che ascoltano i figli di Maria (non faccio nomi) magari snobbano.
Mi piace Cremonini, secondo me è un artista. Mi piacciono i Negramaro. Ho provato a vedere un concerto dei Modà, ma dopo dieci canzoni consecutive tutte identiche, con uno che canta con un'espressione come se gli stessero inserendo una mega supposta, mi sono arresa. Ancora non riesco ad accettare che siano esistite le Vibrazioni e i Velvet, ma è un mio limite. Ho altri miti.
Ruggeri, per esempio. E' un grandissimo, uno che ragiona e va controcorrente. Bertoli. Poi ho le mie simpatie conterranee. Uno come Raf, secondo me, scrive dei testi bellissimi. Masini è un pezzo di storia della musica italiana: ha creato un genere, oltre a cantare da dio. I Litfiba. Occhio che se anche Elio (uno dei più grandi geni musicali che abbiamo) ridendo e scherzando gli ha dedicato una canzone (che diceva "Piero e Ghigo un fate i grulli, Pelù fai la pace con Renzulli") non era per prenderli in giro, era perché aveva carpito la forza di un'alchimia rara. E poi i Negrita, cuore aretino... io li incontravo alla stazione, coi valigioni, quando erano agli inizi e ancora si spostavano in treno. Li ho sentiti suonare ad Arezzo Wave e sono felice che ce l'abbiano fatta.
Ma veniamo ai mostri sacri. C'abbiamo la vexata quaestio della rivalità tra il Liga e Vasco Rossi, perché a noi italiani piace litigare. Volete sapere che ne penso? E' una rivalità che non ha senso. Fan del Liga, non vogliatemene, ma è come paragonare una Punto a una Porsche. Ligabue è un buon cantautore rock, a me piace, eh? Specialmente i primi album. Una volta l'ho incontrato, gli ho anche dato la mano. (Però da vicino ha la pelle a buccia d'arancia).
Vasco è un'altra cosa. E' l'unica vera rockstar che abbiamo in Italia. E non sopporto chi gli critica i testi: lui con due parole ti esprime dei concetti profondi, veri e a volte dolorosi come uno schiaffo. Non c'è storia.
E poi ci sono quelli che al di là del valore musicale che possono avere, fanno parte della tua vita, li apprezzi per cose che vanno anche oltre la musica. Ramazzotti, che il mio maestro di canto rabbrividisce solo a sentir nominare (ma lo capisco, perché a me sono altri a fare questo effetto) mi piace per l'energia che sprigiona, come persona e come artista. Poi Baglioni, Renato Zero... pensate che vi pare ma lasciatemeli sta'.
Ma ne abbiamo di grandi, certo. E non abbiamo timori reverenziali. C'abbiamo tanto orgoglio, è una cosa bella. Cioè critichiamo senza problemi i mostri sacri della musica internazionale, perché giustamente ce lo possiamo permettere. Scusate se sono monotematica, ma mi viene in mente ancora Venditti quando criticò "Russians" di Sting, probabilmente solo dopo averne letto il titolo e senza aver minimamente ascoltato il testo di una canzone (peraltro musicalmente perfetta) che in sostanza era contro la guerra fredda. Gli dedicò addirittura una canzone (immagino le lacrime di commozione del musicista inglese) però condivisa con Rocky e Rambo perché se no, troppa grazia. Certo, Sting "spara cazzate dal profondo", tu invece "sei bella bella bella bella come sei" scrivi capolavori.
Questo accadeva negli anni '80, ma il vizio non l'abbiamo perso. Poco tempo fa, in tv c'era J-Ax (che come artista hip-hop ancora ancora...) che dichiarava candidamente che ogni volta che ascolta i Queen fa una doccia e brucia i vestiti per purificarsi. Un'affermazione che si commenta da sola, direi, perché tutti i gusti sono gusti, ma avere l'umiltà di tacere su gente che ha fatto la storia della musica mi sembrerebbe il minimo.
E se il paragone musicale tra Venditti e Sting è pari a quello culinario tra me e Carlo Cracco, per J-Ax VS i Queen sinceramente non trovo termini di paragone.
Ah, poi ce n'è un'altra. Premetto che Jovanotti mi sta simpatico, anche lui è un mio conterraneo. Premetto che la sua parabola qualitativa ascendente è straordinaria. Premetto che scrive testi veramente belli. Ma qualche anno fa venne fuori la storia che avesse copiato una canzone ad Alejandro Sanz. E tutti, in Italia: "Oh, ma chi è questo Alejandro Sanz, ma come si permette..." Allora, Alejandro Sanz (per capirci quello che canta "La tortura" con Shakira) è un cantante spagnolo che nella sua carriera ha venduto forse dieci volte tanto Jovanotti, ma forse anche di più. La canzone in questione è "A te", quella di Alejandro Sanz si chiama "A la primera persona". A ciò aggiungo che il testo è diverso, e quello di Jovanotti forse è più bello. Poi non dico altro se non: ascoltatele e giudicate da voi. Cioè, dico, va bene che le note so' sette, ma insomma... no non dico niente. Non so neanche come sia finita la causa, se c'è stata.
Perché questo fatto che in Italia un po' ignoriamo quel che accade fuori, o quel che è accaduto in passato, è stata la fortuna di gente come Zucchero, che sul fatto che in Italia non si avesse più idea di cosa fosse il blues ci ha costruito la  carriera. E lui un po' su 'sta cosa ci ha giocato. Tanto per dirne una, c'è una canzone di Otis Redding, che molti conoscono, e che si chiama "(Sittin' on) The dock of the bay" di cui forse "Solo seduto sulla panchina del porto (guardo le navi partir)" dovrebbe essere, boh, un omaggio? O una semicopia bruttina? Non si sa. Non dico altro.
Parlare di tutti non ce la faccio. Anche l'altra volta mi sono giunte le critiche: non hai parlato di Celentano, non hai parlato di Rino Gaetano... 
Avete ragione. Allora Celentano è ovviamente un genio (quando canta), ma ha sabotato la carriera di Don Backy e questa non gliela perdonerò mai. Di Rino Gaetano dico solo due cose: 1. Io lo amavo già da piccola, la sua morte è stata uno dei traumi della mia infanzia. 2. Tempo fa mi hanno chiesto di interpretare "Il cielo è sempre più blu" in una serata: mi sono convinta solo dopo aver scoperto che l'ha fatto anche Giusy Ferreri, ho detto: "Se l'ha fatto Giusy Ferreri forse ci posso prova'" Una canzone musicalmente pazzesca, un testo che sembra scritto l'altroieri (leggetelo se non ve lo ricordate: è stupefacente).
Non ho parlato di donne. Per loro, un capitolo a parte.
(continua)

venerdì 19 settembre 2014

Donna al volante...

Che lavoro fai? Guido. Eh già, quello che faccio quando arrivo a lavoro non importa, l'importante è che il mio lavoro sia lontano da casa. Quest'anno il record, oltre 70 km. E, ovviamente, io, a lavoro, ci vado in macchina. Non a tutte le donne piace guidare: ne conosco alcune che col lavoro a 10 km chiedono l'avvicinamento. E strabuzzano gli occhi mentre io, sorridendo, dico loro che, sì, mi faccio 50 minuti di macchina ogni giorno. E me li faccio volentieri. A me guidare piace, mi fa sentire libera. Ne ho presi una vita, di autobus e treni: poi basta. Vuoi mettere la noia del mezzo pubblico con l'ebbrezza di essere padrona dei tuoi orari? Ma non c'è neanche confronto. Certo, non vivo in città, questo significa tanto. Guidare nel traffico è snervante. Ma sempre meno snervante che stare in piedi su un autobus strapieno, nel traffico. Questa, almeno, è la mia opinione.
Ho già spiegato che se fossi nata uomo sarei stata un pilota, e aggiungo che da qualche parte in me alberga un camionista che ogni volta che vede una donna imbranata al volante scuote la testa sardonico mormorando: "Figurati, è una donna!"
Ma il mio DNA femminile fa la sua parte: ad esempio mi impedisce di fare manovre, o parcheggiare in maniera decente, specie se nei paraggi c'è un uomo che, appena vede una bionda che vuol parcheggiare in linea, si mette a fissare, aspettando il tonfo. E mi impedisce, ovviamente, di fare il mio parcheggio perfetto, che consiste appunto in un colpetto alla macchina dietro e uno a quella davanti. Sperimentato e garantito al 100%.
Essendo donna, inoltre, vivo la mia auto con allegria, senza le tipiche ansie maschili. Canto a squarciagola, faccio le smorfie all'autovelox. Ma soprattutto: mi capita di appoggiare lo sportello su un muro, aprendolo, senza per questo portare il lutto per settimane. Ci mangio, in auto, e sbriciolo alla grande, ho uno splendido sacchetto dell'immondizia che non sempre centro quando lancio via la carta dello snack o il cartone del succo di frutta. Preferisco pagare di più il carburante piuttosto che fare il pieno al self service, queste cose qua. Ma amo la mia auto. Io non ho una casa, ho una macchina. La mia macchina è il mio regno. Quando chiudo lo sportello e parto, con la mia musica a tutto volume, sono la regina della savana. Spostatevi.
Sì, è una parola. Vedete, io ho la presunzione di saper guidare. Ho alcune peculiarità tipiche dell'automobilista, a cominciare dall'idiosincrasia per tutto ciò che si muove su due ruote, e che se potessi disintegrerei coi missili terra-aria. Ma sono prudente, sostanzialmente rispetto i limiti, e le multe che ho preso in vita mia le ho prese tutte per divieto di sosta. Ho la consapevolezza che quando sei alla guida, è come se avessi un'arma in mano, un'arma pericolosa che devi saper usare. Ecco, questa consapevolezza qua, secondo me, non tutti ce l'hanno. Alcuni stanno al volante come se fossero in poltrona a guardare la tv. Alcuni si gasano, alcuni si fanno proprio i cazzi loro, alcuni, letteralmente, dormono. E non è che chi va piano sia meno pericoloso di chi corre.
Nel corso della mia lunga carriera al volante ho imparato una cosa fondamentale: la capacità di una persona alla guida si può calcolare con una semplice proporzione matematica: è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'oggetto appeso allo specchietto retrovisore. L'oggetto in questione può andare da assolutamente nulla fino al Muppet Elmo a dimensioni naturali, passando per Pinocchio, il prione dell'AIDS, la surreale accoppiata rosario-corno o l'Arbre Magique. Ovviamente, una persona che riesce a sopportare un oggetto di più di 5 cm che penzola dallo specchietto retrovisore non può, non può assolutamente saper guidare. E' matematico.
Ora, all'interno del concetto di "non saper guidare" c'è tutto un universo da scoprire. E che di solito scopri quando dici: "Faccio in tempo a farci un salto, ci metto 5 minuti." Ecco. Per strada trovi di tutto. Da quello che telefona, a lei che per un giorno ha preso il macchinone di lui e ha il terrore di mettere la seconda, al nonno di Tutankamon con cappellino e marmitta che gocciola, che se hai la fortuna di riuscire a sorpassarlo te lo vedi bellino con la bocca socchiusa e lo sguardo perso nel vuoto, crionizzato al volante dal 1926.
Ma non è solo questione di andare piano: il "non saper guidare" è un modus vivendi vastissimo, dove, non a caso, uomini e donne differiscono molto.
L'uomo non ti dà la precedenza, ad esempio. Ti si appiccica dietro in superstrada lampando come un invasato. La donna fa altro: mette la freccia dopo aver già svoltato, per dirne una. Quando incroci un'auto con gli abbaglianti accesi in pieno giorno, o in una bella mattina di sole l'auto che ti precede ti piazza l'antinebbia posteriore negli occhi, non pensare che dentro ci sia necessariamente un cretino. Magari c'è semplicemente una donna che ha premuto un pulsante per errore. Un pulsante di cui ignora completamente sia l'esistenza che l'uso. Vogliamo parlare degli specchietti retrovisori? Lo dico per esperienza personale, occorrono anni di guida ad una donna per capire perché sono così tanti, e che ognuno ha motivo ben preciso di esistere. Con quello centrale puoi controllare il trucco. Col sinistro dai uno sguardo generale, e specie a finestrino abbassato, può farti sentire molto figa. Ma il destro cosa l'avranno messo a fare? In genere questo resta un mistero per molto tempo. Poi, dopo aver buttato giù l'intonaco di qualche muro per far manovra, alla fine lo capisci. E puoi andarne fiera, come lo sono io quando, al mio paese, vedo quel muro il cui angolo una ventina d'anni fa decisi di stondare, e che ne porta ancora i segni. Sono soddisfazioni.
Anche se la soddisfazione più grande, senza dubbio, è tua figlia che dice: "La mamma guida bene e non va "quasi mai" a sbattere".


venerdì 11 luglio 2014

Gli sconosciuti

Sono su twitter da quasi un anno, ormai. Ci passo diverso tempo, lo ammetto. Ho conosciuto diversa gente e non credo di usare questo termine a sproposito. Ci si potrebbero scrivere sopra dei libri, ma non ho voglia. Di fatto è una cosa completamente diversa da quello che pensavo quando mi sono iscritta. Cioè, io pensavo più o meno a una vetrina in cui uno che ha qualcosa da dire, vip o non vip, fa sentire la sua voce. Non come facebook, dove la gente posta le foto del cibo o dei piedi al mare. No, una roba culturale.
Ok, mi sbagliavo. Dai, si è capito che mi sbagliavo. Comunque, ci sono dentro delle persone. Vere. Alcune belle, alcune brutte, alcune intelligenti, alcune stupide, come nella vita reale. Alcune pressoché normali, alcune che se le avesse conosciute Basaglia non avrebbe mai chiuso i manicomi. Anche i sentimenti sono veri, ma questa è un'altra storia.
Ci ho provato diverse volte a scrivere qualcosa su twitter. Ma le cose che scrivevo avrebbero poi offeso un buon 90% dei lettori, così ho sempre cassato tutto. Oggi parlerò d'altro. Di cosa? Ecco. E' che in questi giorni mi sono chiesta spesso come io sia arrivata a questo punto, al punto di interagire in maniera compulsiva con dei perfetti sconosciuti. E, mentre me lo chiedevo, i ricordi sono riaffiorati alla memoria. E ho capito che io, il germe dentro, ce l'ho sempre avuto. Ho saltato a pie' pari il periodo delle chat, è vero. Nei forum, poi, non sono mai riuscita ad integrarmi. Ma tutto il resto l'ho fatto.
Ero una bambina quando, leggendo "Topolino" (ma quanto ero nerd?), andavo alla pagina degli "amici di penna" e scrivevo le letterine a tutti. Poi quelli, tutti contenti, mi rispondevano e mi mandavano le buste piene di adesivi. E io, puntualmente, non rispondevo perché non c'avevo voglia.
E crescendo ho continuato, eh? C'era una ragazza un po' più grande di me (siamo sempre in contatto, tra l'altro) con cui ci siamo scritte per anni, più o meno da quando io facevo le medie. Ricordo che lei era una grande fan degli U2, e mi faceva: "Ma quanto so' forti gli U2?" E io: "Sì sì, fortissimi." E pensavo: "Boh, che saranno 'sti U2, roba che si mangia?"
Ma il bello è arrivato quando mi sono iscritta all'IPF: International Pen Friend (club), il club degli amici di penna internazionali. Facevo l'Università e quello era un ottimo modo per praticare le lingue. (Ma perché non pensavo a darla via, invece?)
Ho conosciuto un sacco di persone, da tutto il mondo. Mi arrivavano anche una decina di lettere al giorno. Spendevo un patrimonio in francobolli, però era divertente. L'unico problema è che molti si iscrivevano per trovare moglie (come su twitter, uguale) ed era difficile spiegare loro che le cose non stavano proprio così.
Vi presento i soggetti che mi sono rimasti in memoria. 
- Un tipo di Giakarta, non mi ricordo il nome, che mi mandò la foto dei suoi "sexy moustaches", che ancora rido. (Il momento della foto è sempre il più drammatico, come su twitter). 
- NEVILLE, un inglese, l'unico che ho incontrato di persona, che venne a Firenze e con una mia amica lo portammo in giro, e che con tipico entusiasmo anglosassone ad ogni nostra proposta: "Adesso andiamo a vedere questa cosa" rispondeva: "Okaai...." (pronunciato così com'è scritto). Ci siamo ritrovati di recente su Facebook.
- PAUL, anche lui inglese, il tipico "beer & football addicted", molto simpatico.
- DIEGO, argentino, che a un certo punto aveva messo incinta la fidanzata e non sapeva come fa'.
- DEJAN, croato (questa è triste), che a un certo punto mi disse "parto, vado in guerra" e mai più sentito. 
- ZORICA, di Belgrado, (triste anche questa) con cui mi scrivevo nel periodo dei bombardamenti USA. E lì ho capito veramente quanto è stupida la guerra.
E poi, il top. Due psicopatici che al confronto quelli di twitter so' dilettanti, proprio.
- MARKO, finlandese. All'inizio, tutto normale. Solo un po' palloso, mi scriveva delle lettere lunghissime descrivendomi il suo paese, mi mandava pure i depliant. Poi mi faceva domande assurde del tipo: "Quanto costa una macchina in Italia?" E che cacchio ne so, mica so' Quattroruote! Poi ricordo che dalle lettere passammo alle email. E, di punto in bianco, l'apocalisse. Cominciò a raccontarmi che prendeva psicofarmaci da quando era bambino. Che una volta, litigando con suo padre, aveva spaccato un bicchiere con una mano. Poi mi accusava di rispondergli sempre in ritardo. (Anche lì, ma io perché non so' bona a manda' affanculo la gente al momento giusto?) Infine, cominciò a scrivere frasi sconclusionate, da sclerato di testa, proprio. Mi disse: "Guarda che io c'ho la tua foto." E che mme frega, facci un po' quel che ti pare! Ma io c'avevo il terrore, perché questo c'aveva il mio indirizzo! Ora, non è che uno dalla Finlandia prende e viene giù, però non si sia mai. Finì che abbuiai la casella email per non sentirlo più.
Ma il number one, è lui: OLIVIER. Non dimenticherò mai questo nome. Era un ragazzo del Gibuti che faceva il muratore a Nizza. Questo proprio era convinto che la corrispondenza servisse per sposarsi, ma io all'inizio non l'avevo capito. Ricordo che era un grande fan di Ramazzotti. Dopo le prime lettere cominciò a parlare di venirmi a trovare, e io glissavo alla grande, ma questo insisteva. Concludeva ogni lettera con "à très bientôt" (a molto presto), un augurio da brivido lungo la schiena, perché, voglio dire, Nizza è dietro l'angolo, eh? Diverse volte smisi di scrivergli, e lui dopo un po' ricompariva sempre più determinato. Una volta gli dissi "guarda che so' fidanzata" (era vero, tra l'altro) pensando così ingenuamente che questo gli facesse mettere l'animo in pace. Mi sbagliavo: mi scrisse una lettera infuocata, dicendomi: "io non voglio sentir parlare di questa persona quando verrò a trovarti". Panico. Poi sinceramente non mi ricordo com'è andata a finire, dopo quanto tempo si arrese e smise di scrivere, ma la cosa durò diverso tempo. Però poi, per fortuna, è finita.
Adesso scusate che mi stanno suonando il campanello. 

mercoledì 2 luglio 2014

Quale amicizia?

Ormai sono sei mesi che tengo questo blog e mi sento finalmente pronta per affrontare uno dei quesiti che da sempre attanagliano l'umanità, secondo solo a "E' nato prima l'uovo o la gallina?", e sul cui tema sono stati scritti libri, fatti film, spesi fiumi di inchiostro e sprecati infiniti metri cubi di fiato.
"Può esistere l'amicizia tra uomo e donna?"
E' necessaria qui una piccola premessa. Quando si parla di amicizia, qui, non si parla di un'amicizia superficiale, una conoscenza. Si parla di un'amicizia forte, di grande confidenza, a volte esclusiva. 
Ecco, la risposta è assolutamente, categoricamente, NO.
Uomini e donne NON possono essere amici. Ma il motivo non è il sesso, come si può pensare. Il motivo è un altro. E' che per noi donne, semplicemente, l'amicizia non esiste. Non sappiamo cosa sia. E non sappiamo cosa sia persino tra di noi, figuriamoci con gli uomini. Il mondo femminile, agli occhi di un uomo, è pieno di misteri. Il mondo maschile, secondo me, ha un mistero solo, ma fitto: l'amicizia. Il cameratismo, la solidarietà di genere, sono cose sconosciute, per noi.
Noi donne tra di noi, ci odiamo. Più o meno cordialmente, ma ci odiamo. Per ogni donna, un'altra donna è sempre una potenziale nemica. Noi ci sopportiamo solo quando abbiamo l'impressione che l'altra non invada il nostro territorio, che non possa entrare in conflitto con noi da nessun punto di vista. Che che abbia il suo uomo, che non sia interessata al nostro, che sia più brutta, più stupida e con meno qualità di noi. Sempre beninteso che, anche per l'amica del cuore, dietro le spalle, ci sono sempre in serbo commenti al vetriolo. Fatti con bontà, eh? Per il suo bene. Ma ci sono.
Di recente ho letto cose del tipo: "Le ragazze si odiano, le vere donne sono complici": vero niente. Anche le ragazze possono essere complici, tutte le donne possono essere complici, possono adorarsi. Ma se disgraziatamente gli obiettivi di una entrano in conflitto con quelli di un'altra (principalmente se ad entrambe interessa lo stesso uomo) è la fine. La più debole delle due è una donna morta, distrutta. L'amicizia, finita.
Diversamente, due uomini che si innamorano della stessa donna, alla fine è facile che la mandino entrambi a quel paese e conservino l'amicizia. (Bellissimo, su questo argomento, uno dei primi film di Salvatores, "Turné". Da vedere)
Un gruppo o una comunità di donne è quanto di più deleterio possa esistere, e lo dico con l'esperienza di una che ha fatto le superiori in una classe di sole donne. Ci siamo scannate. Finita la scuola, mai più fatta una cena, un incontro, niente. Ma quale amicizia.
Sulla base di ciò, come può esistere l'amicizia tra uomo e donna? In nessun modo. Lo so perché lo so. Perché quando io parlo di queste cose, parlo anche di me stessa, non mi considero certo immune dalle debolezze del mio genere.
Uomini, non fatevi fregare: quando una donna dice "sei un amico", intende tutto tranne che sei un amico.
Nel particolare può intendere, sostanzialmente, due cose:
1) Che le piaci ma non ha il coraggio di dirtelo. Si considera in qualche modo inadeguata. Pensa di non poterti interessare, e allora per averti, non potendo essere la tua donna, usa una via traversa. Lei sarà "la tua amica del cuore". Ricoprirà un ruolo speciale, che nessuno portà portarle via. (Questa situazione può essere anche a tempo: le piaci, ma siccome che tu dormi, nel frattempo ti fa l'amica sperando che prima o poi ti svegli). 
2) Che non le piaci. Ti trova magari intellettivamente interessante, ma non le piaci fisicamente. Non corrispondi al suo ideale. Però si trova bene con te. Si confida volentieri, e (crudele) per qualche motivo le fai comodo. Anche solo perché tu le sbavi dietro, magari. Questo nutre il suo ego.
Sinceramente, capisco l'estrema difficoltà degli uomini a distinguere un caso dall'altro. Nel caso di interesse, magari uno spera che si tratti del caso 1, invece poi è il 2.
Lei è la tua amica del cuore, quindi non te la dà, ma sappi che se ti azzardi a metterti con un'altra rischi che lei ti cavi gli occhi col cucchiaino da tè.
Io so quello che dico, perché in vita mia sono stata entrambe le cose: l'amica del cuore (caso 2), che ha perso una persona a cui voleva bene solo per il fatto che lui si è fidanzato con una botola ringhiosa. Tempo due settimane: scomparso, stile lupara bianca. Mai più visto né sentito nei secoli dei secoli. Ancora oggi non so che fine abbia fatto.
E la fidanzata di uno che aveva un'amica del cuore single, che nominava pressoché in ogni frase. Tra l'altro anche stupida, perché nei primi tempi del rapporto commise il madornale errore di non cagarmi affatto. La incontravamo e parlava rivolgendosi solo a lui. Io ero aria. Risultato: "Tesoro, l'amica del cuore single va al volo fuori dalla tua vita senza nemmeno passare dal via". Desaparecida.
In effetti, esiste anche un terzo caso: quello romantico da film in cui entrambi si amano ma è un amore impossibile. Io agli amori impossibili non è che ci creda tanto, a dire il vero. Esiste volersi o non volersi, il resto sono cavolate. L'amicizia non è un surrogato dell'amore, è un'altra cosa. 
Il film "Harry ti presento Sally" è una bibbia, da questo punto di vista. Ti spiega tutto, la regola e gli emendamenti, che puntualmente si annullano (p.es. il caso che entrambi siano accoppiati). Nel film infatti (mi spiace se non l'avete visto ma colpa vostra) i due finiscono insieme. Il messaggio è molto chiaro.
Eppure a noi donne un amico uomo farebbe tanto comodo. (E anche il contrario, eh?) Il modo di ragionare completamente diverso dal nostro ci allargherebbe gli orizzonti, ci farebbe capire meglio tante cose. Ma è utopia.
Però, a ben guardare, una possibilità c'è. Che lui sia gay. Ragiona comunque come un uomo, ti vuole bene come un uomo, è complice come una donna, non entra in conflitto con te. Di più: ha sofferto. Qualunque cosa tu gli racconti, non si scandalizza e non ti giudica. E' una fortuna che non tutti hanno. Io ce l'ho. E ne approfitto per dirlo qui: Roby, grazie di esistere.

giovedì 22 maggio 2014

Musica italiana - 1° parte

Non è che io ascolto solo i mostri sacri del rock, eh? Ascolto anche la musica italiana. E ho le mie opinioni, più o meno condivisibili. Anzi mi sa che stavolta ci vado giù pesante. Tanto che mi frega, il blog è mio!
Innanzitutto, rimpiango i tempi in cui la musica italiana andava di pari passo con quella internazionale. Ci facevamo le cover delle canzoni americane, e le facevamo nostre: tipo che "Hurt" di Tim Yuro diventava "A chi", la cantava Fausto Leali e diventava un mito. Tipo che veniva giù Louis Armstrong e non si schifava di cantare in italiano, perché musicalmente parlavamo la stessa lingua. Veniva Dionne Warwick, la più grande cantante del mondo, e cantava a Sanremo "Silent voices" tradotta in italiano. La gente ascoltava i Beatles, e non era roba da intenditori: era roba nor-ma-le.
Poi sono finiti gli anni '60, ed è iniziata la decadenza. Non che non abbiamo più fatto buona musica, è che non c'è più interessata la musica, ci sono interessati solo i testi. Sono arrivati i cantautori, con la loro grande valenza socioculturale, i loro pensieroni, e ci hanno distolti dall'arte del cantare e del suonare. E, triste dirlo, non ci siamo mai più ripresi. Abbiamo perso la cultura musicale popolare.
Tant'è vero che noi ascoltiamo Battisti e ci concentriamo sui testi di Mogol. Ora, senza nulla togliere a Mogol, che è un poeta, forse ci sfugge che grande musicista, e di quale respiro, fosse Battisti. Ha interpretato "La compagnia" (Felicità - t'ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già) di Marisa Sannia e l'ha trasformata in un blues coi controcoglioni. Tant'è vero che uno come Morandi (che non so se vi rendete conto che voce ha Morandi e come canta) negli anni '60 era un mito e 10 anni dopo non se lo filava più nessuno.
Non che io non ami i cantautori, eh? Certo che li amo. Tutti. Quasi tutti. Il primo album che ho comprato (la cassetta, in realtà) avevo 11 anni, è stato quel capolavoro che è "La voce del padrone", di Battiato. Poi vedete se non amo i cantautori. Alcuni andrebbero studiati a scuola, come i poeti: Pascoli, Leopardi, Ungaretti, Montale, De André, Gaber. I miei preferiti sono Fossati e Dalla. Loro, come tanti altri, hanno sempre fatto musica di altissima qualità. Ma sembra che passino solo i testi. Io, nel mio piccolo, continuo a pensare che la musica, a mischiarla con la politica, ci perda e basta. Magari mi sbaglio.
Comunque, negli anni '70 erano tutti bravi. Scrivevano tutti delle belle cose, piene di concetti profondissimi e altamente poetici. Anche gente che dopo s'è persa, che non sa più chi è, dove e perché. Penso a Venditti, che ha scritto dei capolavori e che poi boh. E lo dico a malincuore perché io, di Antonello, ero una fan sfegatata. Qualcuno può dirglielo per favore che so' 30 anni che sta cantando la stessa canzone? Cioè, voglio dire, tesoro: hai scritto "Ci vorrebbe un amico". Stupenda. Hai spiegato il concetto, e l'hai spiegato bene. C'è lei, bella e stronza che t'ha lasciato. E ci sei tu che patisci. Ora mi spieghi che senso ha scrivere altre 15 canzoni tutte uguali? Antonello? Hai scritto "Roma capoccia"! Hai scritto "Sotto il segno dei pesci", hai scritto "Sotto la pioggia"! Hai scritto "Peppino"! Antonello??? Se hai finito le idee non so, apri un ristorante, una gelateria, qualcosa! Ma non ci cantare "Alta marea", che poi è una cover, non ci cantare "Che tesoro che sei" che ogni volta è un dolore.
Fine, stop. Ma non è successo solo a lui, eh? Perché la vena artistica non sempre è eterna, si può esaurire. Penso a Bennato, che io adoro e che ha scritto delle robe impressionanti per qualche anno, e poi più niente. "Viva la mamma" che poi non è neanche male, è stato l'ultimo sussulto. Ma un sussulto decadente, in confronto a quel che aveva scritto prima. E vogliamo parlare di Pino Daniele? Che è passato da "Napule è" al "sorriso di plastica mentre fai la ginnastica"? Ma non ne parliamo, che forse è meglio.
Per onestà bisogna dire che questo non succede solo in Italia. Se confrontiamo il repertorio degli U2 degli anni '80 con quello degli anni '90, per esempio, ne abbiamo un'idea.
Ma quello è rock.
(continua)

venerdì 16 maggio 2014

Dio tifa Juve

Per chi ancora non lo sapesse, io tifo Juventus, e questo post è dedicato alla mia squadra del cuore.
Tifo Juve da quando avevo 5 anni. La mia famiglia paterna, al mio paese, è antijuventina da generazioni e generazioni, ma io in questo caso ho preso da parte materna. Un giorno ho ascoltato il disco con l'inno, quello vecchio, quello di: "Forza Juve, il Comunale grida già..." e mi sono innamorata. Innamorata, sì, perchè il tifo, quello vero, è amore, non è guerra. Non è quella schifezza là. Ci siamo capiti.
Molte ragazze sognano di sposare un calciatore. Io, invece, da piccola, sognavo di essere la figlia di Bettega. Non lo so perché, forse con quel capello sale e pepe mi dava un senso paterno, boh.
Non concepisco che si possa tifare per nessun'altra squadra. Perché la Juventus non ha mezze misure, o si adora o si detesta. Io l'adoro, perché mi assomiglia: ha classe, eleganza, e un alto livello di autostima. Io con la Juve ho gioito e ho sofferto, come ogni vero tifoso. E per la Juve ho anche rischiato, eh? Un giorno sono andata a comprare la maglia di Conte al mercatino di san Lorenzo, a Firenze, in mezzo ai tifosi viola. E gliel'ho fatta anche spiegare ben bene, al venditore, per vedere se la taglia era giusta!
Gli altri, quelli che non tifano Juve, ci detestano. Sì perché la Juve è talmente forte che o tifi per lei, o tifi contro. Non abbiamo simpatizzanti, solo antipatizzanti. C'è gente che gioisce più quando perdiamo noi che quando vincono loro. Robe assurde, ditemi se questo è tifo. Ci dicono che siamo ladri, ci chiamano "rubentus", ma a noi che ci frega, li lasciamo dire, perché questa è l'unica loro soddisfazione, e che vogliamo fa'?
Non entro nel merito della questione, (e di cose da dire ce ne sarebbero... eh se ce ne sarebbero...) ma ho sempre pensato che se davvero le partite si potessero comprare le comprerebbero tutti, a meno di non voler credere che tutti gli altri tranne noi si facciano flebo giornaliere di onestà, il che è quanto meno poco realistico.
Ma il fatto è che siamo i più grandi, ma di gran lunga, ed è anche comprensibile che questo agli altri dia fastidio e che non lo vogliano ammettere.
E comunque, io la Juve casomai me la vedo in tv, perché allo stadio proprio no. Non che non mi piacerebbe, eh? Ma lo stadio mi mette ansia. E poi, com'è noto, abito lontano da qualunque forma di civiltà.
Però una volta, una volta sola, ci sono andata, a vedere la Juve dal vivo. In amichevole, a Cesena. Ero in vacanza. Era la fantastica Juve di Lippi. Sì, sono andata allo stadio, e nel frattempo mi hanno svaligiato l'appartamento. Si vede che io, allo stadio, non ci devo andare.
E poi potrei dirvi che la Juve è nel mio destino, anche sentimentale. A partire dal primo, a 6 anni, nella mia vita ho avuto solo fidanzati juventini. Ma non me li sono andati a cercare, eh? Sono usciti così. E' anche vero che dietro al tifo per una squadra c'è dietro tutta una filosofia di vita. Quando io so che uno tifa Juve, già so che vede la vita in un certo modo: ama il bello, ama l'eccellenza. Ha un gusto spiccato per il meglio, in assoluto. E un po' di puzza sotto il naso, che non guasta.
Forse sarà anche per questo che noi juventini sembriamo antipatici. Qualcuno, poi, lo è davvero. Anche per me. Ce ne sono alcuni che non sopporto.
Alcuni. Sì. C'è anche che la Juve è legata ad una certa famiglia, che non è proprio l'immagine della simpatia. Per esempio, ogni volta che mi viene in mente quel tipo là e penso che in Italia uno così è considerato un'icona di stile, mi vergogno anche un pochino. Ma pazienza. Perché la Juve non è "quella famiglia". La Juve, a ben guardare, non è neanche Torino. La Juve è altro. La Juve è bellezza, quella bellezza che può derivare solo dall'unione degli opposti. In quelle strisce bianche e nere, c'è tutto. C'è il senso della perfezione, dell'assoluto.
Perché, non so se ve lo siete mai chiesto, ma esiste in natura un animale nero e blu? No. Esiste un animale viola? No. Esistono delle minuscole coccinelle rosse e nere o rosse e gialle, ma sono talmente piccole che quasi non si vedono. E poi c'è lei: la meravigliosa zebra a strisce bianche e nere. Un animale fantastico, nella sua particolarità.
Ora non è per dire, ma mi sembra evidente che anche Dio tifa Juve, e se tifa Juve, un motivo ci sarà.

domenica 27 aprile 2014

Paris je t'aime

Ebbenesì, ce l'ho fatta. Ho realizzato uno dei sogni della mia vita: finalmente, ho visto Parigi. Tutti, più o meno, sognano di vedere Parigi, un giorno, ma per me questo era di particolare importanza. Io ho studiato francese, tra scuola e università, per una ventina d'anni, dalla scuola media al corso di traduzione letteraria. Ma non solo. Io ci ho fatto la tesi, su Parigi. "Amore e follia" si intitolava. Un titolo che è tutto un programma. Su André Breton, precisamente: uno che si divertiva a passeggiare per le vie della città in compagnia di una pazza alienata che ne combinava di tutti i colori, e che ha elaborato il concetto di merveilleux, meraviglioso. Tutto ciò, senza esserci mai stata. Dunque potete immaginare cosa questo significasse per me.
Certo, conoscevo già la Francia, anche se sono stata di più in Belgio. Un paese che ora si sta salvando in corner con Stromae, ma veramente uno si chiede a cosa serva. Un paese dove dicono "novante" e "patates", che sembrano parole normali ma chi conosce il francese sa che non è così.
Quindi sono andata a Parigi, speranzosa, tra l'altro, di risolvere due importanti quesiti sulla Francia e i francesi, che da sempre angosciano gli italiani: 1. perché la baguette il giorno dopo diventa gomma; 2. che cosa non hanno capito (loro e gli inglesi) dell'uso del bidet.
Purtroppo, non ho trovato risposta. Ho trovato, comunque, una città magica, meravigliosa, piena di persone gentilissime e di tanta gente sola. Sola al ristorante, al bar, in giro. Non so se accade ovunque, ma questa cosa mi ha colpito.
Non racconterò tutto, troppe cose dovrei dire. La Tour Eiffel, al tramonto, dal ponte sulla Senna, maestosa. I gargoyles di Notre Dame. Il Louvre, l'Opéra. Ma che ve lo dico a fa'.
Parigi non è una città, è un sogno. E' l'unica città in Europa, credo, che possa reggere il confronto con Roma. (E dico tanto, perché come Roma, per me, non c'è proprio niente al mondo). Con Roma, peraltro, ho trovato molte analogie, e straordinarie somiglianze. Due mondi e due lingue che adoro, il francese e il romano. Che mi innamorano. Sì perché io, basta che uno mi parli francese, e mi innamoro. Appena arrivata in albergo, infatti, mi sono innamorata del portiere.
Perché il francese non si parla: si canta. Noi possiamo biascicare un "buongiorno" svogliato, loro no: quando dicono "bonjour" sorridono, sempre. Poi magari sotto sotto ti mandano a quel paese, chi lo sa. Però sorridono.
Ma parliamo di cibo: ora non vorrei partire con la solita manfrina dell'italiano che va all'estero e si lamenta perché si mangia male. A Parigi non si mangia male: ho mangiato della carne buonissima. Ho mangiato anche una specie di pasticcio di carne e patate che sembrava già masticato da qualcun altro, ma vabbé.
La cosa che però continuo a non capire è perché, con caffè italiano e macchinario italiano, riesca a venirgli fuori una roba che non è caffè: e 'na schifezza. Anche in Spagna, stessa cosa. A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegare loro che, anche se la tazzina può contenere una certa quantità di liquido, non è detto che per forza vada riempita fino all'orlo. Io al bar di solito prendo il caffè lungo, ma quello non è caffè lungo: è brodo. E loro te lo danno con la faccina contenta, come dire: "Guardate, italiani, vi diamo il caffè italiano!" Ma grazie, troppo buoni.
L'unica cosa veramente buona, a Parigi, sembra ovvio dirlo, sono le brioches. Sulle brioches proprio, da Maria Antonietta in poi, non c'è storia, vincono su tutta la linea. Quelle, e un certo tipo di pane morbido che ora non sto qui a spiegare. Buono. Ma solo quello, eh? Neanche i dolci, perché anche sui dolci tranquillamente, vinciamo noi.
Comunque. Facendo il turista è ovvio che poi ti capita di fare le cose stupide da turista. Io per esempio, arrivata a Montmartre, un posto che io della serie "lasciatemi qui, voglio morire qui", ho fatto la foto a un vero pittore di Place du Tertre: col cappellino e la tuta bianca macchiata di tutti i colori: roba che neanche i giapponesi. Con la mostra di Dalì e il negozio di minchiate surrealiste ho raggiunto proprio il massimo della goduria. Ero un topo nel formaggio, non dico altro. Ho comprato un porta oggetti a forma di orologio sfatto: la quintessenza dell'inutilità. Ma ero felice come una bambina sulle giostre.
L'ultimo giorno ho voluto visitare il cimitero di Père Lachaise, quello delle celebrità. E ho stabilito un record. Girare per due ore sotto la pioggia senza riuscire a trovare l'ombra della tomba di una celebrità. Niente. Jim Morrison, Oscar Wilde. Niente. Non pervenuti. E avevo anche la cartina, eh? Io non lo so come sia possibile. A un certo punto dico: "Vabbè, seguiamo la gente, con nonchalance, senza farci notare, da qualche parte ci porteranno." Niente. Gruppetti di persone davanti a una tomba, arrivi lì, e è un perfetto sconosciuto, e pensi: "Boh, questi magari so' parenti, andiamo via." Così.
L'unica tomba famosa che ho trovato, per puro caso, è stata quella di Paul Eluard. E l'ho trovata, senza dubbio alcuno, perché lui ha voluto farsi trovare da me, perché sa che io lo adoro. Paul Eluard è un poeta surrealista, non è molto famoso, ma ha scritto delle poesie d'amore stupende. Io volevo fare la tesi su di lui, ma poi non l'ho fatta perché una tesi di poesia è roba tosta. Comunque.
La sua poesia forse più famosa è quella che riporto qui di seguito. Ve la regalo, gustatevela.

Libertà

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche 
Pietra sangue carta cenere 
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini 
Sulle armi dei guerrieri 
Sulla corona dei re 
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto 
Sui nidi sulle ginestre 
Sull'eco della mia infanzia 
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte 
Sul pane bianco dei giorni 
Sulle stagioni promesse 
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d'azzurro 
Sullo stagno sole disfatto 
Sul lago luna viva 
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull'orizzonte 
Sulle ali degli uccelli 
Sul mulino delle ombre 
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d'aurora 
Sul mare sulle barche 
Sulla montagna demente 
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole 
Sui sudori dell'uragano 
Sulla pioggia fitta e smorta 
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti 
Sulle campane dei colori 
Sulla verità fisica 
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati 
Sulle strade aperte 
Sulle piazze dilaganti 
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s'accende 
Sul lume che si spegne 
Sulle mie case raccolte 
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due 
Dello specchio e della mia stanza 
Sul mio letto conchiglia vuota 
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero 
Sulle sue orecchie ritte 
Sulla sua zampa maldestra 
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta 
Sugli oggetti di famiglia 
Sull'onda del fuoco benedetto 
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita 
Sulla fronte dei miei amici 
Su ogni mano che si tende 
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori 
Sulle labbra intente 
Al di sopra del silenzio 
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio 
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia 
Io scrivo il tuo nome

Sull'assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine 
Sui sentieri della morte 
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore 
Sullo scomparso pericolo 
Sulla speranza senza ricordo 
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola 
Io ricomincio la mia vita 
Sono nato per conoscerti 
Per nominarti 
Libertà.

Paul Eluard

lunedì 24 marzo 2014

Il compleanno di sir Elton John e come (non) lo festeggerò.

Avevo già un paio di post pronti per il blog, ma domani è il compleanno di Reginald e questo passa davanti a tutto. Come posso spiegarvi cosa significa per me Elton John? Ascolto la sua musica da quando esistevano ancora le audiocassette, e io rovistavo tra gli scaffali dei negozi di dischi per trovare gli album che mi mancavano. (Poesia di un'altra epoca!) E' noto il mio amore sconfinato per i Queen, ma in quanto a cantanti solisti, Elton è probabilmente il mio preferito in assoluto. E' lui che ha sensibilizzato il mio orecchio al blues, facendomene innamorare perdutamente. E' ascoltando lui che la musica nera si è posizionata un gradino sopra il rock, nella scala del mio cuore.
Ma Elton John non lo puoi classificare in alcun modo. E' uno di quegli artisti talmente grandi che non è che puoi neanche star lì a spiegare a chi non lo conosce, o lo conosce superficialmente perché è grande. E quindi non lo farò. E' chiaro che per apprezzarlo davvero occorre conoscere abbastanza approfonditamente il suo repertorio, che è composto da 30 album solo in studio, tanto per capirci.
Ognuno ha le sue fisse. Elton è una delle mie.
Ma non è solo per la musica che lo amo. Lo amo anche per i testi delle sue canzoni, ma non tutti. Solo quelli scritti da Bernie Taupin.
Non so quanti di voi abbiano mai sentito nominare Bernie Taupin. E' il paroliere di Elton John, ha collaborato alla realizzazione di molti suoi album. Bernie Taupin è un poeta. Un grandissimo poeta contemporaneo. E quello tra questi due signori è un sodalizio artistico che ha prodotto risultati spettacolari.
La bellezza delle canzoni di Elton John è anche opera sua. Ricordatevelo, quando canticchiate le iperconosciute e iperinflazionate "Your song", e "Candle in the wind".
Senza nulla togliere a questi capolavori, io preferisco cosette meno famose.
Il mio album preferito è "Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy", del '75 (quello di "Crocodile Rock", per intenderci). I due personaggi del titolo (e riportati nella copertina dell'album) rappresentano appunto, nell'ordine, Elton John e Bernie Taupin. 
Ora, quando ami tantissimo un artista come io amo Elton John, è difficile dire quale sia la tua canzone preferita. Quella che segue è la canzone preferita del mio album preferito, quindi è sicuramente nella mia personale top 5, composta quasi interamente di pezzi degli anni '70.
Il testo secondo me è stupendo, e dà una vaga idea di quale sia la portata del talento di questo fantastico paroliere. Ma tutta la canzone è meravigliosamente straziante.
Qui la trovate con il testo... godetevela!
http://goo.gl/7x2qUe
Ma ora veniamo alle note dolenti. Guardate l'immagine qui sotto, e capirete.
Giusto stasera, una famosa catena di cinema trasmette "one night only" un suo film-concerto "Million dollar piano". Meraviglioso, per una come me che non ha mai neanche avuto la gioia di vederlo dal vivo. (Dovevo andare a vederlo a Lucca, anni fa, ma poi decisi di fare altro...) Già. Ma ecco la sorpresa: il film non viene proiettato dappertutto. No. Dalle mie parti, no.
Ora, io non voglio star lì troppo a insistere, rimarcando un concetto già espresso, e cioè il fatto che io abito in una zona deprivata culturalmente, ma questa cosa conferma che è la triste verità. Voglio dire, cosa mai sarà costato trasmettere il film in tutti i cinema? E invece qualcuno ha detto: "Quante persone ci saranno, in quelle lande desolate, interessate a vedere il film concerto di Elton John...? Ma sì, da quelle parti devono ancora arrivare i missionari, figuriamoci." Non mi lamento troppo perché io in fondo avrei il cinema più vicino ad "appena" 120 km (vedi immagine). Nel sud Italia stanno peggio: Palermo, e il resto praticamente come non esistesse.
Poi dice che uno non si deve incazzare.
E vabbe'! Happy Birthday, sir!

venerdì 7 marzo 2014

Siamo donne...


Uff... mi hanno detto che in altri post sono stata un po' duretta con gli uomini. E vabbè, vediamo di rimediare, ora parlerò un po' delle donne. Devo pareggiare i conti, quindi se siete donne prive di autoironia, vi avviso prima, potreste offendervi.
Innanzitutto, io sono fiera e contenta di essere nata donna, penso che sia la cosa più divertente del mondo. Se io fossi nata uomo sarei stata di sicuro un pilota, tanto mi piace guidare, (anche se ovviamente, per questioni di DNA, non so fare le manovre), ma sono talmente contenta di essere donna che in un'eventuale prossima vita vorrei rinascere donna un'altra volta, e così fino al termine del mio percorso karmico. Questo lo dico nonostante io sia sempre stata un maschiaccio ed abbia fatto pace col colore rosa solo da poco tempo. Resto convinta che la femminilità non risieda nel trucco o nel tacco 12, né nella biancheria intima coordinata, e quelle dicono di indossarla sempre mi fanno ridere. Una vera donna è donna anche con i capelli corti, senza trucco e con indosso i mutandoni ascellari di Bridget Jones o un pigiamone antisesso.
Io non sono mai stata femminista in senso stretto, anzi, a volte sono proprio maschilista. Nel senso che credo che spesso abbiano ragione gli uomini, e che noi ci approfittiamo del fatto che non ci capiranno mai niente.
Credono di condurre il gioco, e invece no. Pensano di comandare, e figurati. Tentano disperatamente di accontentarci, e non sanno che noi non saremo mai contente. Noi nasciamo scontente e moriremo scontente. Possiamo solo, nell'arco della nostra esistenza, essere saltuariamente, tutto sommato, discretamente soddisfatte, sempre, ovviamente, ciclo mestruale permettendo. Niente di più.
Lo sforzo degli uomini è apprezzabile, specialmente nei primi tempi di una relazione, ma c'è gente che continua a provarci anche dopo 20 o 30 anni di matrimonio. Niente da fare. Il fatto è che gli uomini sono semplici, lineari. "Sì" è "sì", "no" è "no", il telefono si usa per comunicare, poi si riappende.
Noi no. Troppo facile, così. Noi siamo più sensibili, più forti, non ci sembra di morire per un'influenza, affrontiamo senza batter ciglio (più o meno) i dolori del parto, pari a quello di 20 ossa rotte contemporaneamente. Ma abbiamo indubbiamente il nostro rovescio della medaglia.
Prendiamo una ricorrenza a caso. La festa della donna. Ti regala la mimosa? Pensiero:"Oh, grazie. Ma non c'era bisogno di sprecare soldi in questi segni esteriori. L'amore e il rispetto si vedono da altre cose. Eh, pensi di cavartela con un rametto di fiori? Sei un ipocrita."
Non te la regala (perché tu gli hai detto che non ci tieni)? Pensiero: "Certo che un cavolo di rametto di mimosa me lo potevi anche presentare, eh? Ho ricevuto solo quella che mi hanno dato al supermercato, come l'ultima delle sfigate. Anche i segni esteriori contano. Sei uno spilorcio e un insensibile."
Quale donna non ha pensato queste cose almeno una volta nella sua vita? Su, siamo sincere. Ogni tanto ci piace giocare sporco. Litigate, ti rendi conto che ha ragione e sei con le spalle al muro? Cominci a piangere, lo disorienti. Vittoria su tutta la linea. E ammettiamolo, su.
Gli uomini, nei sentimenti, sono confusi. Procedono per tentativi. Noi no. Possiamo dissimulare quanto vogliamo, ma noi, fin dalla più tenera infanzia, l'obbiettivo ce l'abbiamo chiaro in testa. Stampato in fronte, direi. E se state pensando a qualcosa in particolare, sappiate che quella è solo una parte della questione. Una parte comunque significativa, e l'ipocrisia di certe donne in proposito a me personalmente dà un fastidio incredibile. Ma solo una parte. In una bambina di tre anni il concetto di "principe azzurro" è già chiarissimo. Poi il fatto che ce ne vogliano minimo altri trenta per capire quanto questo si discosti dalla realtà è un altro discorso. 
La nostra missione è semplice: trovare un uomo, e distruggergli l'esistenza. Amabilmente, eh? Ma distruggergliela. Cominciando col convincerlo che ha bisogno di cose di cui non aveva mai pensato di aver bisogno.
Il concetto di felicità, per un uomo, è molto semplice: la pizza, la birra, un pallone, gli amici, la tv, e rutto libero. Se non avvertissero anche altri tipi di esigenze, non importerebbe loro un bel niente di prendere confidenza con le donne. E invece, drammaticamente, questo li conduce in una spirale senza uscita. Fidanzarsi, sposarsi, passare le domeniche pomeriggio all'IKEA, comprare casa e arredarla secondo i rigorosi dettami del feng-shui, tanto per dirne qualcuna.
Ma che volete, è giusto così.
Perché scusate, ma quando in una coppia non accade questo, quando è l'uomo a distruggere l'esistenza ad una donna, credetemi, è molto, molto peggio. E non è necessario arrivare alle minacce, alle botte, alle persecuzioni, eh? Basta molto meno. Basta "sta' zitta" "stupida" "non capisci niente", "rompicoglioni", per esempio. Oppure bastano attenzioni e regali non richiesti, bastano chiamate indesiderate, basta la subdola, sottile imposizione della presenza. Lo stalking non dev'essere per forza pesante, per uccidere. Io ci sono passata.
E comunque, buona festa a tutte le donne!
PS: Facciamola pure, una festa degli uomini, eh? Io sono d'accordo. Basta che ci dite cosa vi dobbiamo regalare! ;-)

 
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