Ebbenesì, ce l'ho fatta. Ho realizzato uno dei sogni della mia vita: finalmente, ho visto Parigi. Tutti, più o meno, sognano di vedere Parigi, un giorno, ma per me questo era di particolare importanza. Io ho studiato francese, tra scuola e università, per una ventina d'anni, dalla scuola media al corso di traduzione letteraria. Ma non solo. Io ci ho fatto la tesi, su Parigi. "Amore e follia" si intitolava. Un titolo che è tutto un programma. Su André Breton, precisamente: uno che si divertiva a passeggiare per le vie della città in compagnia di una pazza alienata che ne combinava di tutti i colori, e che ha elaborato il concetto di merveilleux, meraviglioso. Tutto ciò, senza esserci mai stata. Dunque potete immaginare cosa questo significasse per me.
Certo, conoscevo già la Francia, anche se sono stata di più in Belgio. Un paese che ora si sta salvando in corner con Stromae, ma veramente uno si chiede a cosa serva. Un paese dove dicono "novante" e "patates", che sembrano parole normali ma chi conosce il francese sa che non è così.
Quindi sono andata a Parigi, speranzosa, tra l'altro, di risolvere due importanti quesiti sulla Francia e i francesi, che da sempre angosciano gli italiani: 1. perché la baguette il giorno dopo diventa gomma; 2. che cosa non hanno capito (loro e gli inglesi) dell'uso del bidet.
Purtroppo, non ho trovato risposta. Ho trovato, comunque, una città magica, meravigliosa, piena di persone gentilissime e di tanta gente sola. Sola al ristorante, al bar, in giro. Non so se accade ovunque, ma questa cosa mi ha colpito.
Non racconterò tutto, troppe cose dovrei dire. La Tour Eiffel, al tramonto, dal ponte sulla Senna, maestosa. I gargoyles di Notre Dame. Il Louvre, l'Opéra. Ma che ve lo dico a fa'.
Parigi non è una città, è un sogno. E' l'unica città in Europa, credo, che possa reggere il confronto con Roma. (E dico tanto, perché come Roma, per me, non c'è proprio niente al mondo). Con Roma, peraltro, ho trovato molte analogie, e straordinarie somiglianze. Due mondi e due lingue che adoro, il francese e il romano. Che mi innamorano. Sì perché io, basta che uno mi parli francese, e mi innamoro. Appena arrivata in albergo, infatti, mi sono innamorata del portiere.
Perché il francese non si parla: si canta. Noi possiamo biascicare un "buongiorno" svogliato, loro no: quando dicono "bonjour" sorridono, sempre. Poi magari sotto sotto ti mandano a quel paese, chi lo sa. Però sorridono.
Ma parliamo di cibo: ora non vorrei partire con la solita manfrina dell'italiano che va all'estero e si lamenta perché si mangia male. A Parigi non si mangia male: ho mangiato della carne buonissima. Ho mangiato anche una specie di pasticcio di carne e patate che sembrava già masticato da qualcun altro, ma vabbé.
La cosa che però continuo a non capire è perché, con caffè italiano e macchinario italiano, riesca a venirgli fuori una roba che non è caffè: e 'na schifezza. Anche in Spagna, stessa cosa. A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegare loro che, anche se la tazzina può contenere una certa quantità di liquido, non è detto che per forza vada riempita fino all'orlo. Io al bar di solito prendo il caffè lungo, ma quello non è caffè lungo: è brodo. E loro te lo danno con la faccina contenta, come dire: "Guardate, italiani, vi diamo il caffè italiano!" Ma grazie, troppo buoni.
L'unica cosa veramente buona, a Parigi, sembra ovvio dirlo, sono le brioches. Sulle brioches proprio, da Maria Antonietta in poi, non c'è storia, vincono su tutta la linea. Quelle, e un certo tipo di pane morbido che ora non sto qui a spiegare. Buono. Ma solo quello, eh? Neanche i dolci, perché anche sui dolci tranquillamente, vinciamo noi.
Comunque. Facendo il turista è ovvio che poi ti capita di fare le cose stupide da turista. Io per esempio, arrivata a Montmartre, un posto che io della serie "lasciatemi qui, voglio morire qui", ho fatto la foto a un vero pittore di Place du Tertre: col cappellino e la tuta bianca macchiata di tutti i colori: roba che neanche i giapponesi. Con la mostra di Dalì e il negozio di minchiate surrealiste ho raggiunto proprio il massimo della goduria. Ero un topo nel formaggio, non dico altro. Ho comprato un porta oggetti a forma di orologio sfatto: la quintessenza dell'inutilità. Ma ero felice come una bambina sulle giostre.
L'ultimo giorno ho voluto visitare il cimitero di Père Lachaise, quello delle celebrità. E ho stabilito un record. Girare per due ore sotto la pioggia senza riuscire a trovare l'ombra della tomba di una celebrità. Niente. Jim Morrison, Oscar Wilde. Niente. Non pervenuti. E avevo anche la cartina, eh? Io non lo so come sia possibile. A un certo punto dico: "Vabbè, seguiamo la gente, con nonchalance, senza farci notare, da qualche parte ci porteranno." Niente. Gruppetti di persone davanti a una tomba, arrivi lì, e è un perfetto sconosciuto, e pensi: "Boh, questi magari so' parenti, andiamo via." Così.
L'unica tomba famosa che ho trovato, per puro caso, è stata quella di Paul Eluard. E l'ho trovata, senza dubbio alcuno, perché lui ha voluto farsi trovare da me, perché sa che io lo adoro. Paul Eluard è un poeta surrealista, non è molto famoso, ma ha scritto delle poesie d'amore stupende. Io volevo fare la tesi su di lui, ma poi non l'ho fatta perché una tesi di poesia è roba tosta. Comunque.
La sua poesia forse più famosa è quella che riporto qui di seguito. Ve la regalo, gustatevela.
Libertà
Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome
Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome
Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome
Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull'eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome
Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome
Su tutti i miei squarci d'azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome
Sui campi sull'orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome
Su ogni soffio d'aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome
Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell'uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome
Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome
Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome
Sul lume che s'accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome
Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome
Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome
Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull'onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome
Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome
Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome
Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome
Sull'assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome
Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome
E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.
Paul Eluard
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